È desolante vedere non riconosciuto il limite tra la legittima tutela di un lavoratore in difficoltà e l’uso della sua sofferenza come clava contro un avversario. È la differenza tra tutelare una persona e usarla.
Il caso della neo-dirigente scolastica pugliese, in cura per un tumore e destinata a una sede a mille chilometri da casa, è diventato un tentativo maldestro di attacco al ministero, una sorta di pietra lanciata – devo dire con poco stile – da un fuoriuscito della Lega, Rossano Sasso, appena entrato in Futuro Nazionale con Vannacci. Il tentativo non riuscito era evidentemente quello di colpire il suo ex collega di partito, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.
Povero Kant, dimenticato persino da chi si candida: l’essere umano va trattato sempre anche come fine, mai come mezzo. Quando la sofferenza personale diventa il gancio emotivo di un attacco politico, il rischio è che la persona coinvolta smetta di essere una persona e diventi un argomento retorico, utile finché fa notizia, dimenticabile appena la polemica si spegne.
I fatti, in breve
La dirigente ha vinto un concorso nazionale. Le graduatorie funzionano su base nazionale e in Puglia dopo la mobilità interregionale non erano rimasti posti vacanti in ruolo. La donna, nel frattempo, ha iniziato la chemioterapia. Sasso ha depositato un’interrogazione parlamentare, bollando come “risibile” la spiegazione ministeriale e chiedendo conto della gestione delle reggenze, che a suo dire “assorbirebbero” posti altrimenti disponibili.
Il problema non è la domanda, è come viene usata
Un’interrogazione parlamentare su criteri di assegnazione delle sedi ai dirigenti scolastici è uno strumento legittimo, persino doveroso, quando emergono dubbi su una procedura. Il problema è un altro: trasformare la vicenda di una donna malata in un caso mediatico costruito attorno a un ministro nemico, piuttosto che in un contributo tecnico a una soluzione.
Una malattia grave non ha bisogno di essere amplificata per meritare attenzione istituzionale: la merita di per sé. Se davvero l’obiettivo fosse la tutela della lavoratrice, la strada più diretta sarebbe stata un contatto riservato con il Ministero, una richiesta di intervento amministrativo tempestivo, magari accompagnata — solo in un secondo momento e con toni sobri — da un’iniziativa pubblica. Invece si è scelto il registro dello scontro istituzionale, con dichiarazioni che parlano più al proprio elettorato di riferimento che alla soluzione del caso specifico.
La replica non si è fatta attendere. La deputata Giovanna Miele ha risposto punto per punto, spiegando a Sasso come funziona il sistema scuola. Del resto chiunque si occupa di scuola sa che la 104 per una ds vale in seconda battuta, quando si sceglie la sede regionale. In prima battuta non si può fare valere la 104 e questa è una procedura che riguarda tutti. Miele ha giustamente spiegato a Sasso che la procedura ha seguito correttamente le regole nazionali sulle graduatorie, i posti in reggenza non sono equiparabili a posti di ruolo disponibili, e la normativa già prevede tutele per chi ha gravi patologie. Motivo per cui la dirigente in questione può prendere servizio e stare in malattia fino al termine delle cure, con la possibilità di far valere titoli di priorità dopo l’assegnazione della sede.
Siamo di fronte non ad una questione di opportunità politica ma ad un problema morale. Una malattia grave dovrebbe essere l’ultimo argomento su cui costruire consenso politico. La vera politica tratta questi casi con la discrezione e la rapidità che meritano, non con la logica dello scontro permanente in cui ogni fatto umano diventa terreno di conquista elettorale.
Anna Maria De Luca

