Il Ministro: “Non torno indietro: una scelta per la salute e l’apprendimento degli studenti”
Il dibattito sui cellulari a scuola non è solo una questione tecnologica: rappresenta una riflessione più ampia su come vogliamo che crescano le nuove generazioni e su quale ruolo assegnare alla tecnologia nel processo formativo dei giovani.
In risposta alla petizione contro il divieto di usare i cellulari anche alle superiori, il ministro Giuseppe Valditara, durante l’incontro “Connecting to the future” tenutosi ad Ancona presso la sede di Confindustria, ha ribadito con fermezza la sua posizione, respingendo le pressioni per un ripensamento della misura. Ma come funziona fuori dai confini di casa nostra? Anche all’estero ci sono tutte queste polemiche per i cellulari a scuola? No: negli altri Paesi è considerato più che normale non usare il telefonino in classe.
Il quadro normativo dal 1 settembre in Italia
La circolare ministeriale del 16 giugno ha introdotto il divieto totale degli smartphone nelle scuole secondarie di secondo grado, estendendo a tutti gli istituti superiori le restrizioni già operative nei cicli precedenti. Questa misura rappresenta il completamento di un percorso iniziato con il divieto per le scuole primarie e medie, ora esteso anche agli istituti superiori.
La normativa è in vigore dal 1° settembre e prevede sanzioni specifiche per gli studenti che non rispettano il divieto, coinvolgendo anche i docenti nel ruolo di controllo e applicazione delle regole.
Cellulari vietati in 79 Paesi
Il Global Education Monitoring (GEM) dell’UNESCO sostiene che già alla fine del 2023 erano 60 i sistemi educativi – ovvero il 30% del totale a livello globale ad avere bandito i cellulari dalle scuole – e alla fine del 2024 si sono aggiunti altri 19 Paesi, per un totale di 79 nazioni. Nulla di strano quindi: a differenza di quanto si voglia fare credere, è una decisione di buon senso, solo che nessuno in Italia aveva avuto la forza di occuparsene prima di Valditara.
In Europa, il movimento di regolamentazione degli smartphone nelle scuole ha assunto dimensioni significative. Solo lo scorso anno, 24 paesi in Europa e Nord America hanno introdotto il divieto di utilizzo degli smartphone. La Francia si è distinta come pioniera con una strategia graduale: il divieto riguarda gli studenti dai 6 ai 15 anni, ovvero dell’école primaire e del collège. Il Regno Unito ha adottato un approccio più decentrato: la commissaria per l’infanzia Dame Rachel de Souza sostiene che il divieto degli smartphone dovrebbe spettare ai dirigenti scolastici anziché essere imposto nazionalmente. Un’indagine su 19.000 istituti rivela che il 90% delle scuole secondarie già limita l’uso dei telefoni.
I Paesi Bassi hanno implementato una delle politiche più complete: dal gennaio 2024 è in vigore un divieto di utilizzo “non educativo” degli smartphone nelle scuole primarie e secondarie. Il provvedimento include anche tablet e smartwatch e prevede eccezioni solo per gli alunni con disabilità o bisogni educativi speciali. I Paesi Scandinavi mostrano particolare determinazione: in Svezia scatta il piano tolleranza zero per gli smartphone a scuola. Dal prossimo anno scolastico (quindi dall’agosto 2026) sarà operativo il divieto nazionale nella fascia tra i 7 e i 16 anni.
In Germania, Polonia, Danimarca, Portogallo e Croazia, le scuole hanno autonomia per stabilire regole interne, ma molte hanno optato per restrizioni severe. Questo approccio federalista permette maggiore flessibilità ma porta spesso agli stessi risultati dei divieti nazionali.
Il panorama extraeuropeo
L’Australia ha adottato una delle misure più radicali: ha addirittura proibito l’utilizzo dei social media ai minori di 16 anni, con una storica legge approvata nel novembre del 2024, andando oltre il semplice divieto scolastico.
La Cina presenta misure estremamente rigorose: la città di Zhengzhou, per esempio, ha ulteriormente limitato l’uso dei telefoni nelle scuole primarie e secondarie, richiedendo che i genitori forniscano il consenso scritto per cui un telefono è necessario.
Valditara ha inquadrato la scelta italiana in questo contesto internazionale più ampio: “È una scelta che stanno adottando i principali Stati occidentali e non solo”. Questa osservazione colloca l’Italia non come un caso isolato di resistenza al progresso tecnologico, ma come parte di un movimento globale di ripensamento critico sull’uso della tecnologia in ambito educativo.
Una decisione basata su evidenze scientifiche
La posizione del Ministro si basa su due pilastri fondamentali: la tutela della salute psicofisica degli studenti e la protezione della qualità dell’apprendimento. Gli studi neuroscientifici evidenziano infatti come l’uso continuativo di dispositivi digitali possa influire negativamente sui tempi di attenzione, sulla capacità di concentrazione e sullo sviluppo delle competenze sociali. “Una scelta presa non certo per motivi demagogici, ma per difendere la salute dei nostri ragazzi e anche la qualità degli apprendimenti”, ha ribadito Valditara, sottolineando come la decisione non sia frutto di populismo ma di una valutazione attenta degli effetti dei dispositivi mobili sui giovani in età scolare.
In ambito educativo, la presenza costante di dispositivi che offrono stimoli immediati e gratificazioni istantanee può interferire con i processi di apprendimento più profondi, che richiedono tempo, riflessione e la capacità di tollerare la frustrazione dell’impegno prolungato.
Il sostegno dell’opinione pubblica
I dati citati dal Ministro rivelano un quadro di ampio consenso sociale: “L’80% degli italiani è favorevole al divieto, così come la maggioranza degli studenti”. Questi numeri dimostrano come la misura non sia imposta dall’alto contro la volontà popolare, ma rifletta invece una preoccupazione condivisa tra famiglie, educatori e gli stessi giovani riguardo all’uso eccessivo dei dispositivi digitali.
Una visione di lungo periodo
“Andiamo avanti decisi, quando io sono convinto di una scelta di certo non torno indietro”, ha concluso Valditara, dimostrando una fermezza che va oltre le pressioni del momento. Questa posizione riflette una visione educativa di lungo periodo, che privilegia il benessere e lo sviluppo equilibrato degli studenti rispetto alle richieste di facilitazioni immediate.
La determinazione del ministro segnala anche un approccio politico che mette al centro le evidenze scientifiche e il bene comune, resistendo alle pressioni di gruppi di interesse specifici e mantenendo una rotta coerente con gli obiettivi educativi di sistema.

