30 Agosto 2026

Turisti maleducati a Bangkok: e se le regole sulla condotta valessero anche fuori dall’aula?

Il caso del video virale sullo SkyTrain dimostra quanto sia lungimirante la riforma della condotta voluta dal ministro Valditara: ora resta da capire se quello spirito educativo debba fermarsi ai cancelli della scuola.

Una vergogna diventata caso diplomatico

Leggere che duemilacinquecento persone stanno bombardando la pagina Facebook dell’ambasciata italiana a Bangkok con insulti — meritati, va detto — fa venire i brividi. Il caso nasce da un video diffuso su TikTok e girato sullo SkyTrain, la metropolitana di superficie della capitale thailandese: un gruppo di studenti italiani in vacanza urla, disturba gli altri passeggeri e insulta chi chiede loro di fare silenzio. Non si tratta di una gaffe isolata o di un episodio marginale: i ragazzi, ripresi con lo smartphone, invece di scusarsi hanno rincarato la dose con insulti e gesti volgari una volta scesi alla stazione.

La frase che più di tutte ha scatenato la reazione dei thailandesi, e che sintetizza perfettamente un certo modo di viaggiare all’italiana, è quella pronunciata da uno dei ragazzi alla donna che li riprendeva: un rammarico, detto quasi con sufficienza, per aver portato soldi nel Paese che li ospitava. Il risultato è stato un caso nazionale in Thailandia, con il Bangkok Post e The Nation che ne hanno parlato diffusamente, e l’ennesima conferma dello stereotipo del turista italiano arrogante e privo di rispetto per le regole di convivenza altrui.

Il paradosso italiano: regole severe a scuola, nessuna conseguenza fuori

La cosa interessante è che, mentre questi ragazzi facevano scempio della reputazione nazionale a Bangkok, in Italia il ministero dell’Istruzione ha appena messo in piedi un impianto normativo pensato esattamente per prevenire questo tipo di comportamento. La riforma Valditara sul voto in condotta parte da un principio chiaro, ribadito dallo stesso ministro: chi sbaglia non va escluso, ma responsabilizzato. Le sanzioni non sono più pensate come semplice punizione, ma come occasioni di consapevolezza, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’autorevolezza della scuola e far capire che il rispetto delle regole è parte integrante della vita in comunità.

Nella pratica, questo significa che le sospensioni non sono più giorni a casa: chi riceve una sospensione fino a due giorni deve svolgere attività di approfondimento e riflessione sui comportamenti che hanno causato la sanzione, mentre oltre i due giorni scattano attività di cittadinanza solidale, veri e propri lavori socialmente utili proporzionati alla gravità del fatto. È esattamente il tipo di percorso che avrebbe senso applicare a chi si è comportato così a Bangkok: non un rimprovero e via, ma un vero percorso educativo che aiuti a capire perché urlare e insultare in un Paese ospite sia inaccettabile, e cosa significhi davvero il rispetto per chi ci accoglie.

Una domanda aperta, non una sentenza

Il punto non è invocare punizioni esemplari per il gusto della vendetta, ma notare una coerenza logica che forse ci sfugge. Se in Italia stiamo costruendo un sistema scolastico che lega ogni azione scorretta a una conseguenza educativa e responsabilizzante, viene naturale chiedersi se lo stesso principio dovrebbe valere anche quando quei ragazzi esportano all’estero comportamenti che, tra i banchi, oggi costerebbero un voto di condotta basso e un percorso di recupero.

Altrimenti il rischio è che la lezione sul rispetto valga solo dentro le mura scolastiche, e che fuori — magari in vacanza, con l’ombrello dell’anonimato di un gruppo — tutto torni permesso. È una domanda che, dopo il caso di Bangkok, meriterebbe una risposta più netta di quella data finora.

Testo di Francesco Blosio| Riproduzione riservata ©www.ScuolaNews.eu

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